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The bit(ter) end, ovvero come buttare il silicio al vento

28 dicembre 2009

Ospito eccezionalmente un articolo non mio, che parla di Rete, nuove tecnologie e politica, originariamente pubblicato su "Sinistra senza sinistra. Idee plurali per uscire dall’angolo", Feltrinelli, Milano 2008. L’autore è Ermanno "Gomma" Guarneri, di cui potete leggere anche una mia intervista su Wikinotizie.
La licenza è indicata in fondo. Buona lettura!

Me ne sto seduto a scrivere al bar cooperativa di un paese del Levante ligure, popolazione trecento abitanti. All’ombra dei carrugi giocano i dodici ragazzini che frequentano la locale scuola media ed elementare. Per loro il futuro tecnologico è iniziato in ritardo, ed è pure un po’ ristretto. Fino al 2007 internet qui non arrivava. Dal gennaio di quest’anno c’è un collegamento Adsl Telecom da 640 Kb da dividere fra tutti gli abitanti del paese, inclusa la biblioteca scolastica. A La Spezia, a pochi chilometri da qui, la velocità di ogni singolo abbonamento privato è sei volte superiore a quella dell’intero paesino. Egoisticamente parlando, se vivi qui c’è solo da sperare che pochi si abbonino, così resta più “banda” per la connessione. Meglio dunque che qualcuno rimanga ignorante, se vuoi diventare più colto tu. Qualche collina più in là, un’antenna permette una connessione wireless che arriva fino a 2 Mb per utente, a un costo inferiore a quello Telecom. Perplesso, qualche mese fa ho telefonato alla società indipendente che gestisce il servizio, chiedendo come mai non avessero fatto un “ponte” per estendere la copertura fino a qui. Mi hanno risposto che non riescono a mettersi d’accordo con il sindaco. Di sinistra, come tanti sindaci liguri.

E come sempre più spesso ormai mi succede, ripenso amaramente all’occasione perduta di una sinistra che per vent’anni ha avuto davanti al naso la possibilità di essere progressista, letteralmente orientata verso il “progresso”, e di fare della tecnologia informatica e telematica una pratica di liberazione e di miglioramento sociale. Una sinistra capace di sognare, di far sognare e cercare, tra le tante cose possibili, di abbattere il digital divide nelle centinaia di paesini italiani isolati come questo, con un piano coordinato ed equilibrato di sviluppo, e non facendo gestire in maniera esclusiva le connessioni a internet dalle grandi compagnie private che non installano infrastrutture dove non c’è mercato.

Eppure il bagaglio di idee, competenze e risorse umane cui la sinistra poteva e può accedere è ampio. Infatti, già dalla fine degli anni ottanta con la diffusione dei personal computer, anche in Italia, come nel resto del mondo occidentale, si stava costituendo un’utopia che prefigurava nuovi spazi di libertà, nuovi equilibri tra poveri e ricchi, nuovi territori transnazionali. Un immaginario basato non tanto sulla redistribuzione di spazi e beni materiali e concreti, ma di quelli “informativi”, basato sulla democratizzazione dell’informazione (nel senso di mettere il singolo nelle condizioni effettive di produrre autonomamente la propria informazione), sulla socializzazione dei saperi, sulla necessità “di fare rete” come modello relazionale. A seguito di queste idee naturalmente riconducibili a un’idea sana di “sinistra”, di “socialismo”, di “libertarianesimo”, negli ultimi due decenni è stata prodotta una miriade di libri, di riflessioni filosofiche e soprattutto di pratiche sociali: in sostanza tutto il materiale necessario per condurre una battaglia di libertà. La mia opinione è che la sinistra istituzionale, a parte qualche caso individuale o locale, non è stata e non è tutt’oggi in grado di sostenere questa battaglia. Forse perché non l’ha capita. Forse perché non è adeguata. Forse perché è incapace di gestire dialetticamente il rapporto con i potentati dell’informazione e della telecomunicazione – o forse è loro alleata – lasciando loro campo libero.

Un po’ sconcertato, mi pongo domande senza risposta. Mi chiedo com’è possibile che davanti a comportamenti sociali oggi molto diffusi come la gestione volontaristica dei tanti siti web autofinanziati che pubblicano in maniera indipendente un’informazione che non si legge sui giornali, o davanti alle decine di migliaia di blogger italiani che ogni giorno diffondono le proprie idee, la sinistra di governo non sia stata in grado di produrre una legge a tutela di questa libertà. Mi chiedo perché non sia stata affrontata in termini di garanzia dei diritti, la possibilità già data dalle attuali tecnologie di esprimersi e che per esempio estenda esplicitamente ai nuovi media l’articolo 21 della Costituzione. Certo, oggi chiunque di noi può scrivere più o meno quello che vuole su un blog, ma solo finché in questa situazione regolata quasi esclusivamente dal mercato, non intervenga a limitarci il mercato stesso o una decisione politica di stampo conservatore e repressiva. L’unico provvedimento al proposito da parte del recente governo Prodi è stato l’ambiguo e criticato disegno di legge Levi, sul riassetto della normativa editoriale che nelle prime stesure includeva anche i blog e siti personali, obbligando i gestori all’iscrizione a un registro. La tempesta di proteste ha obbligato alla modifica del testo con l’inclusione del comma “Sono esclusi dall’obbligo di iscrizione i soggetti che accedono a internet o operano su internet in forme o con prodotti, come i siti personali o a uso collettivo che non costituiscono un’organizzazione imprenditoriale del lavoro”. Ma a seguire non vi è stata nessuna volontà politica di tutelare in positivo il diritto per i singoli di comunicare liberamente tramite i nuovi media.

Un esempio di come la garanzia legale possa servire è quello delle “telestreet”, le televisioni autogestite a bassa potenza trasmissiva, il cui segnale è in grado di coprire al massimo un paio di vie o un isolato. Dal punto di vista strettamente legale l’emissione di questo segnale è “non conforme alle vigenti norme”, ma la possibilità che esso crei disturbo di qualsivoglia natura è nulla. Più che altro queste tv sono un interessante esperimento sociale di comunicazione di sinistra. Infatti, al tempo del secondo governo Berlusconi, il ministro Gasparri, mentre salvava Rete 4, non perse tempo a sopprimere l’esperienza delle telestreet. Durante il secondo governo Prodi, il Ddl Gentiloni tentava di riparare i molti danni prodotti da Gasparri in materia radiotelevisiva e, significativamente, includeva un comma relativo alla legalizzazione delle telestreet. Peccato che il Ddl sia rimasto parcheggiato per oltre un anno, poiché come sostenuto da Folena “il governo non ha mai chiesto ufficialmente, nella riunione di capigruppo, di calendarizzare il provvedimento nonostante le dichiarazioni verbali del presidente del Consiglio”, quindi non è mai passato in aula con l’esito di rimanere per sempre carta straccia e di far permanere di conseguenza le telestreet nello stato di illegalità.

Questo atteggiamento a cosa è dovuto? Mi chiedo per esempio perché Fabio Mussi (tra i fondatori di Sinistra democratica, movimento che oggi si colloca a sinistra del Pd), appena prima di diventare ministro dell’Università e della Ricerca, si scagliasse pubblicamente contro i riders del capitalismo nostrano come Fiorani, Gnutti, Ricucci, ma citasse come modello “buono” l’uomo più ricco del mondo: “Sappiamo bene che qualche volta anche i soldi posseduti misurano il valore delle persone. Certo, Bill Gates è ricco, ma con il personal computer e internet ha avuto una bella idea”. A parte che non ha inventato né il personal computer né internet, ma se è vero che Gates è un imprenditore di successo, è vero anche che è colui che ha forzato il cambiamento sulle regole della distribuzione e dei brevetti del software, un enfant terrible del mercato, per molti un rider, a causa delle spregiudicate operazioni monopolistiche. E allora perché Mussi lo ha proposto come esempio imprenditoriale positivo a un congresso dei Ds?

E, dopo le molte promesse fatte in campagna elettorale sulla prevalenza di scelta verso l’open source, un modello di sinistra per reinterpretare il mercato del software, come non ci si doveva stupire davanti a questa notizia d’agenzia: “Presso la Sala Stampa di Palazzo Chigi, il ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi, il ministro per le Riforme e le Innovazioni nella pubblica amministrazione, Luigi Nicolais insieme all’amministratore delegato della Microsoft, Marco Comastri, hanno presentato alla stampa un protocollo d’intesa che prevede un rapporto di collaborazione che ha come obiettivi principali la formazione, il trasferimento tecnologico e la facilitazione di progetti di ricerca. In particolare il protocollo prevede la costituzione di tre Centri per l’Innovazione nelle regioni Piemonte, Campania e Toscana, per lo sviluppo di attività basate sulle tecnologie Microsoft”. Questi tre centri di ricerca avrebbero messo in collegamento il mondo accademico con Microsoft per lo sviluppo di applicazioni riguardanti la sicurezza del cittadino e del territorio, beni culturali e turismo, applicazioni embedded per la robotica e l’automazione. Il modello di riferimento, già duramente criticato da alcune associazioni per l’open source come Assoli, sarebbe stato il Centro Microsoft di Povo (TN) dove nel 2005 era sorta una specie di impresa a capitale misto tra un soggetto pubblico e uno privato. Entrambi avrebbero dovuto portare danaro o beni, ma le associazioni sventolarono il sospetto che la sola parte a investirli con rischio reale fosse stata quella pubblica, mentre Microsoft avrebbe sostanzialmente messo a disposizione del software a prezzo calmierato e versato liquidità sul conto capitale, avendo quindi la possibilità di riprendersela in caso di scioglimento della società. Quindi, a pagare sarebbero stati esclusivamente “i contribuenti”, a fronte di ritorni concreti, risultati scientifici e di immagine condivisi tra i due partner. Inoltre, gli strumenti software eventualmente sviluppati sarebbero stati limitati da una licenza non esattamente “pubblica”, nonostante l’apporto di “pubblico” denaro. La riproposizione da parte di Mussi del medesimo modello non fu presa di buon grado, poiché gli attivisti videro nel comportamento del governo una negazione della possibilità che la ricerca “pubblica” potesse ancora reggersi in piedi, se non affiancata dalle multinazionali. Consapevoli delle reazioni contrariate che avrebbero generato, Mussi e Nicolais, nella conferenza stampa di presentazione del progetto, hanno tenuto a precisare di avere a cuore il software open source, ma che questo rientra nella categoria delle esperienze curiosity driven, ovvero la ricerca libera senza un fine prestabilito, finanziata dal Consiglio europeo delle ricerche. Quindi sostanzialmente un mondo a parte rispetto al business “vero”, quello a cui evidentemente si riferiva l’accordo con Microsoft. Una giustificazione poco comprensibile per due ministri la cui formazione politica dovrebbe essere legata alla missione di cambiare in meglio le “regole del mercato” e non quelle sovrastrutturali. Tanto che Mussi si è esposto sui blog a una bordata di critiche significative e non esattamente lusinghiere, di questo tenore: “Ma ditemi, Fabio Mussi è di destra?”, oppure: “Rimango esterrefatto per la firma del protocollo d’intesa tra il ministero dell’Università e della Ricerca, il dipartimento per l’Innovazione e Microsoft (…): non è ammissibile che un governo eletto con i voti della sinistra si faccia promotore di simili iniziative!”.

Se si chiede agli attivisti del software libero dove stia il problema con la sinistra, la risposta delinea un quadro diverso tra dimensione locale e nazionale. Infatti, se a livello nazionale la loro voce non è ascoltata, a livello locale molti progetti sono attivi da anni e sostenuti dalla sinistra. La “rossa” Toscana già tempo fa ha aperto le aule scolastiche al software libero, come a Empoli, Firenze, Pisa, Carrara eccetera. Nella provincia autonoma di Bolzano le ottantatré scuole di lingua italiana, grazie al progetto Free Upgrade Southtyrol’s Schools, hanno rimosso Microsoft dai pc degli studenti per installare set di programmi per Linux e sono stati distribuiti agli studenti ventimila cd con software di qualità gratuito e legalmente copiabile e distribuibile. Si è potuta notare la medesima dinamica di scissione tra “municipale” e “nazionale” su un altro tema da sempre caro al “popolo della rete”, cioè la questione dell’accesso garantito a tutti e a prezzi popolari o gratuito, una possibile risposta al digital divide di cui si è già parlato sopra.

All’inizio degli anni novanta, quando internet era ancora sconosciuta al grande pubblico e le connessioni avvenivano tramite reti amatoriali o private, in tutta Europa vi fu una “battaglia” di attivisti di sinistra che avevano intuito che la disponibilità di linee pubbliche di trasmissione dati e servizi telematici appropriati avrebbe costituito la discriminante per un accesso democratico ai saperi. Le metafore usate erano simili a quelle dei socialisti di più di un secolo fa, e le reti venivano paragonate alle biblioteche. Come queste ultime avevano dato al popolo la possibilità di poter usufruire delle conoscenze contenute nei libri, le reti sarebbero state il nuovo veicolo per fruire della cultura. I primi passi politici furono quelli di richiedere linee di trasmissione dati a basso costo, come fecero già nel 1989 degli attivisti tedeschi del Chaos Computer Club, che auspicavano la diffusione dell’allora rivoluzionaria Isdn, una tecnologia che in Italia si diffuse solo qualche anno più tardi sotto il completo monopolio di Telecom Italia e a costi molto alti (e oggi, ormai un po’ datata, utilizzata come foglia di fico per mascherare l’incapacità di portare la banda larga ovunque nel nostro paese). A livello di “sponda” politica, il Chaos Computer Club, e in generale le istanze della telematica tedesca, come la lunga battaglia per la difesa della privacy a fronte della digitalizzazione dei dati personali, furono sostenute a livello istituzionale in maniera chiara e quasi incondizionata dai Grünen, un sogno per gli attivisti italiani.

Nel frattempo la scena amatoriale, che per un decennio aveva gestito servizi telematici in maniera autonoma nella più completa deregulation dovuta all’assenza totale del potere politico e parziale del mercato, stava preparando il nuovo obiettivo: dare l’accesso pubblico a internet. Così in Olanda nacquero nel 1993 esperienze indipendenti e di sinistra come XS4All (Accesso per tutti), che bruciò sul tempo anche le telecom, e che si attesta oggi come terzo Internet Service Provider olandese con in organico circa trecento dipendenti.

Da noi un’esperienza significativa fu Iperbole di Bologna, che seppe recepire già dal 1995 a livello municipale le istanze di cui sopra, dando ai cittadini bolognesi i primi servizi internet in Italia. Quattro erano i diritti che Iperbole riprendeva dalla Carta europea: accesso, formazione, informazione, partecipazione e che si concretizzavano, come recita il manifesto programmatico, in “connessione gratuita e sull’informazione on line da estendere a tutta la comunità”. Iperbole, seppure in maniera più “conforme”, continua ancora oggi il suo percorso.

Uno dei punti da chiarire sembra essere proprio questo: perché la sinistra ha sostenuto delle esperienze a livello locale e municipale, e non ha esteso queste esperienze sull’intero territorio? Una risposta potrebbe stare nell’incompetenza dei politici che lavorano a livello nazionale e dei loro staff. Un’incompetenza speculare all’arretratezza generale del paese su queste tematiche. Ciò però pone un’altra questione: perché allora le centinaia di soggetti sociali portatori di questi saperi non sono stati coinvolti, se non localmente e sporadicamente, a trasmettere le loro competenze? Forse perché troppo innovativi e critici dello status quo e dei potentati economici, dei monopoli della telecomunicazione e dell’informatica, a cominciare da Telecom Italia e Microsoft? O forse perché poco rilevanti sul mercato dei voti?

In tutte queste domande senza risposta, vedo la gravità dello spreco dell’opportunità storica di affrontare in maniera concreta il tema dei diritti sull’uso dei nuovi media, di cui a livello istituzionale già quindici anni fa si occupava Stefano Rodotà, o di cui recentemente si sono fatti carico, più a livello individuale che corale, i parlamentari Cortiana, Folena e Bulgarelli.

Ma oltre le parole e le buone intenzioni, non si è visto quasi nulla. Nel nostro paese esistono da anni esperienze di base, autogestite e autofinanziate per la distribuzione di materiali multimediali, piattaforme di open publishing per pubblicare testi e video, una vasta esperienza di social-networking, soprattutto gestita dai più giovani, tante piccole aziende di programmazione che lavorano sul software libero. Purtroppo quasi nessuna di queste esperienze è stata sostenuta, legittimata, valorizzata.

Mentre spengo il computer, sulla tv del bar appare in collegamento dal Meeting di Rimini il Pd Enrico Letta, che in un convegno su internet dichiara che dopo la rivoluzione digitale “bisogna ripensare alla questione del copyright”. Alla buon’ora, dopo quasi vent’anni di dibattiti su questi temi. Ma mi chiedo se Letta sia informato che proprio da noi in questi giorni è inibito l’accesso a Pirate Bay, uno dei maggiori server mondiali di scambio peer-to-peer dove anche migliaia di italiani si scambiano file audio e video. Una decisione di un singolo magistrato, effettuata con modalità che un importante bollettino on line ha definito “Quel pasticciaccio brutto del sequestro di Pirate Bay”. A proposito di copyright questo sarebbe stato un buono spunto di discussione per la stampa e per le organizzazioni di sinistra. Peccato non averne vista traccia.

Il finale è amaro mentre la sabbia di silicio vola via, verso il mare…

Creative Commons Non commerciale 2.5

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